Una corretta educazione come prevenzione del disagio

Riassunto: L’adolescenza è necessariamente un periodo difficile della vita, ricolmo di disagi e di comportamenti a rischio, oppure è soltanto una naturale fase di passaggio della vita? Una prima risposta ci giunge da una ricerca antropologica sul campo realizzata nel 1925. Ora come allora ci si interroga sul ruolo dell’educazione nella crescita armonica dei nostri ragazzi.

Una ricerca sul campo in tema di adolescenza

 

Nel lontano 1925, una giovanissima antropologa statunitense di nome Margaret Mead si recò presso le isole Samoa, in Oceania. Ella era spinta dall’interesse di comprendere se l’adolescenza fosse una fase necessaria di turbolenza, conflitti e ribellione, oppure se il disagio giovanile fosse la conseguenza di specifici fattori. Ad esempio l’effetto di una particolare educazione, o di determinate formazioni culturali oppure il risultato dell’organizzazione di una società. “In America le condizioni erano tali da sollecitare psicologi, educatori e intellettuali a offrire spiegazioni accettabili del disagio in cui si trovavano i ragazzi” (M. Mead 1954).

Nei suoi nove mesi di soggiorno nell’isola di Tau, con sua grande sorpresa, M. Mead si trovò di fronte ad adolescenti spensierati e sereni, immersi nel periodo più felice della loro vita. Essi non erano ribelli né tormentati e neppure entravano in conflitto con i genitori o con l’autorità in generale. Affrontavano le esperienze quotidiane, e persino la morte, il dolore e le perdite in un modo totalmente differente.

La giovane antropologa ebbe la conferma dell’enorme importanza che nella vita dell’individuo riveste l’ambiente sociale in cui si nasce e si cresce. Capì che “né la natura umana né la razza” (M. Mead 1954) potevano rendere conto degli svariati e variegati modi in cui si esprimevano i comportamenti e le emozioni. Solo la cultura, e in primis l’educazione, era responsabile delle enormi differenze qualitative fra gli adolescenti americani e quelli samoani. Lo stile educativo genitoriale, le cure ricevute, la relazione con i familiari e i parenti, i valori trasmessi, tutto era rilevante.

La conclusione delle sue ricerche fu che la predominanza della cultura sulla natura è netta.

 

L’importanza dell’educazione nella crescita personale

 

L’educazione è il primo elemento culturale con cui veniamo in contatto alla nascita e attraverso cui vengono veicolati affetti, sentimenti, emozioni, valori e linguaggi. È quel lungo processo che consente lo sviluppo della personalità di ogni individuo e attraverso cui si pongono le basi di ciò che egli sarà e del suo atteggiamento verso la vita e il mondo.

Non vi è aspetto dell’individuo che non venga accresciuto durante il processo educativo: la motricità, il linguaggio, gli affetti, la socializzazione, il pensiero logico, la creatività, le emozioni.

A ciò provvede innanzitutto l’istituzione della famiglia. Nessun genitore dovrebbe sottovalutare gli effetti dell’educazione sui propri figli e l’influenza che essa esercita sul loro carattere, sui loro comportamenti e persino sulle loro scelte future.

Gli studi sul cosiddetto parenting, a partire dagli anni ’60 del Novecento, hanno messo in luce l’importanza delle modalità utilizzate per rapportarsi con i figli. Il parenting rappresenta l’insieme delle azioni di cura e di accudimento da parte dei genitori e delle loro competenze. Ne è derivata l’attenzione sui diversi stili educativi e la loro influenza positiva o negativa su di essi e sul clima familiare.

Un parenting disfunzionale durante l’età evolutiva, ad esempio, potrà avere una serie di conseguenze negative sull’individuo per tutto l’arco della vita. Al contrario, uno stile efficace contribuisce alla costruzione di personalità solide ed equilibrate, psichicamente e affettivamente.

 

Il periodo dell’adolescenza

 

Il periodo che va dagli 11 ai 18 anni è effettivamente una delicata e tumultuosa fase di transizione della vita che comporta una vera e propria trasformazione di stato. È il momento in cui si verifica il complesso passaggio dalla condizione di bambino a quella di adulto. Il corpo, che fino a quel momento era stato un punto di appoggio stabile e sicuro, comincia  a  mutare  rapidamente.

Le trasformazioni biologiche e le nuove improvvise pulsioni che ne derivano modificano ogni soggetto, ogni tratto della sua sicurezza, della fiducia in se stesso e nelle proprie possibilità. Ciò può causare instabilità, incapacità di padroneggiare il proprio comportamento, impulsività, poco controllo della propria emotività. Ogni azione potrebbe rivestire carattere di atipicità comportamentale, di reazione inaspettata e di trasgressione. Tutto ciò rientra in genere nella fisiologia più che nella patologia, eppure ormai le casistiche di cronaca nera relative ai giovanissimi rappresentano un argomento tristemente attuale.

“Nell’adolescenza le regole vengono spesso rifiutate, i limiti considerati frustranti e a volte addirittura paralizzanti” (A. Phillips 1999).

 

Una corretta educazione come prevenzione del disagio

 

Eppure, i limiti sono necessari. “Dire no è un modo per creare uno spazio fra desideri, pensieri e azioni. Significa essenzialmente stabilire una distanza fra un desiderio e la sua soddisfazione immediata. […] E’ questa la grande sfida che devono affrontare i genitori: coltivare nei figli la passione e il coinvolgimento nel mondo e al tempo stesso insegnare loro ad adattarsi alle regole della società” (A. Phillips 1999).

Alcuni diffusi atteggiamenti educativi possono, invece, contribuire a incrementare l’instabilità emotiva e l’irrequietezza comportamentale già tipiche dell’adolescenza, causando lo sviluppo di comportamenti inadeguati e incontrollati. Come ad esempio uno stile educativo debole, poco autorevole e privo di fermezza, caratterizzato da un’elevata accettazione ed uno scarso controllo (accentuato permissivismo). Esso può condurre alla non accettazione delle regole, alla mancanza di ragionevolezza, all’irresponsabilità e all’impulsività.

Uno stile di parenting poco autorevole non possiede fondamenti solidi e principi sicuri su cui basare la propria azione educativa e non fornisce punti fermi e valori. Può derivarne anche  l’assenza del confine fra giusto e sbagliato, bene e male.

L’educazione è, invece, un’attività complessa che deve concretizzarsi in azioni ben equilibrate e ponderate prima di essere messe in atto. Ciò può realizzarsi solo se si è consapevoli del proprio ruolo di guida e di modello di vita e si ritrovano in sé la fermezza e la forza necessarie.

“Educare vuol dire insegnare a vivere. Oggi il mondo giovanile non sa vivere. […] Il concetto di educazione si lega al significato stesso del vivere.” (Vittorino Andreoli, psichiatra, Intervista del febbraio 2017.)

 

Dominique Tavormina