Il concetto di educazione è molto più ampio di quanto non si creda comunemente. L’educazione è un processo complesso che coinvolge l’individuo nel corso della sua intera vita e lo conduce allo sviluppo integrale della personalità.

Il termine italiano “educare” si fa risalire al latino ex-ducere, cioè trarre fuori, ma anche al verbo educare, ovvero nutrire, allevare. Entrambi contribuiscono a rendere pienamente il senso di “educazione” e di “educare”.

Educare come nutrire, allevare, fornire le cure necessarie, offrire protezione e sostegno per diventare adulti.

Ex-ducere come condurre da, tirar fuori, ossia sviluppare le potenzialità, le risorse interiori e i talenti che tutti gli esseri umani possiedono sin dalla nascita proprio in quanto uomini.

Il processo educativo porta a compimento le infinite possibilità che ogni esistente possiede in potenza sin dalla nascita. Non vi è aspetto dell’individuo che non venga accresciuto durante il processo educativo: la corporeità, la motricità, il linguaggio, gli affetti, la socializzazione, il pensiero logico, la creatività, l’emotività, ecc.

Si tratta di un processo di maturazione personale in cui l’educatore fornisce la possibilità di progredire e migliorare attraverso le proprie capacità.

Il potenziale educativo è apertura verso orizzonti inattingibili per ogni altro essere vivente, ma è una possibilità che richiede un contesto relazionale adeguato (ambiente familiare, scolastico, stimoli esterni, ecc.). Secondo Lèv Vygotskij – il grande psicologo russo del XX secolo denominato per le sue intuizioni geniali e la sua breve ma intensa vita il Mozart della psicologia – lo sviluppo cognitivo è essenzialmente un processo sociale e le funzioni intellettuali superiori, come ad esempio il linguaggio, il pensiero, la memoria, emergono unicamente dalle esperienze sociali ed educative del bambino.

L’uomo è educabile in quanto, come dice il grande psicologo statunitense Jerome Bruner scomparso di recente, possiede una “immaturità cerebrale permanente”. L’essere umano è l’unico che “impara e cresce” tutta la vita in quanto la sua corteccia cerebrale è sempre passibile di evoluzioni future grazie all’intervento dell’ambiente esterno.

Secondo Eric Kandel, psichiatra premio Nobel per la medicina nel 2000, infatti, l’esperienza di deprivazione nelle prime fasi della vita ha profonde conseguenze biologiche in quanto può addirittura modificare la struttura della corteccia cerebrale. Egli afferma che “le conseguenze dell’esperienza ambientale sul funzionamento cerebrale non si limitano alle prime fasi dello sviluppo; gli stimoli sensoriali e sociali influenzano continuamente il cervello e producono conseguenze di intensità e durata variabili.” La mancanza di stimoli nell’infanzia inibisce le funzioni delle cellule nervose nelle aree della corteccia corrispondenti fino a provocare danni talvolta irreversibili.

Un ambiente familiare, scolastico e di vita stimolante è senz’altro importante al fine di incoraggiare e sviluppare le potenzialità dell’individuo. Ma non è tutto.

“Dopo tanti anni che si parla di educazione siamo in una condizione in cui il mondo giovanile è privo di punti di orientamento. La domanda è: educare è possibile? Ci sono alcuni requisiti fondamentali per educare, se non ci sono allora bisogna ammettere che è impossibile. Educare vuol dire insegnare a vivere. Oggi il mondo giovanile non sa vivere. Ci sono ragazzi intelligenti che non sanno affrontare le difficoltà affettive e di fronte a una sconfitta, a una frustrazione, compiono gesti tragici, come la cronaca spesso, purtroppo, mostra. Vivere vuol dire sapere che cosa è la vita, il suo senso; che cosa significa, quindi, anche morire. Il concetto di educazione si lega al significato del vivere.” (Vittorino Andreoli, psichiatra, Intervista del febbraio 2017.)

”Forse mai, come oggi, educare è diventato un imperativo vitale e sociale insieme, che implica presa di posizione e decisa volontà di formare personalità mature. Forse mai, come oggi, il mondo ha bisogno di individui, di famiglie e di comunità che facciano dell’educazione la propria ragion d’essere e ad essa si dedichino come a finalità prioritaria, alla quale donare senza riserve le proprie energie, ricercando collaborazione e aiuto per sperimentare e rinnovare con creatività e senso di responsabilità nuovi processi educativi.” (Papa Giovanni Paolo II, Lettera ‘Iuvenum Patris‘ nel primo centenario della morte di S. Giovanni Bosco, 1988)

Le riflessioni qui sopra riportate di due grandi personaggi del nostro tempo, molto diversi tra loro ma entrambi eminenti personalità della storia odierna, ci conducono verso il cuore del problema.

Infatti, nonostante i molteplici stimoli ambientali, le sollecitazioni che giungono da ogni parte e le esperienze di vario tipo che ogni soggetto al giorno d’oggi ha la possibilità di realizzare sin dall’infanzia, si riscontrano sempre più di frequente in adolescenti e preadolescenti situazioni precoci di precarietà interiore e di disagio che sfociano in forme di vita problematiche. A ciò si aggiunge la particolare fatica degli adulti nell’affrontare il compito educativo nel contesto di una società contraddittoria e complessa: vi è un diffuso senso di inadeguatezza da parte delle figure preposte all’educazione (genitori, insegnanti), le quali si sentono impotenti, prive di strumenti, scoraggiate, sfiduciate nel compito di accompagnare e sostenere i ragazzi nel processo evolutivo di formazione della propria personalità.

I grandi cambiamenti culturali della società attuale portati dall’avvento della globalizzazione (manifestatasi intorno alla fine del XX secolo) stanno influendo, e non sempre positivamente, sugli atteggiamenti e sui comportamenti degli individui. Come afferma Zygmunt Bauman – il più eminente sociologo contemporaneo – si dissolve ogni certezza e si sfumano ogni istituzione (la politica, l’economia, la famiglia, la religione) e ogni ambito della vita umana, anche il più personale e intimo. Acuto e impegnato analista della società, egli scrive di un mondo divenuto oramai irrimediabilmente “liquido”; rifiuta il termine “postmoderno” a favore di “modernità liquida” proprio per indicare la labilità di qualsiasi costruzione in questa nostra epoca: mentre fino all’età moderna tutto era dato come una solida costruzione, ai nostri giorni, invece, ogni aspetto della vita può venir rimodellato artificialmente all’infinito. Nulla ha contorni nitidi, definiti e fissati una volta per tutte. La contemporaneità è liquida, ovvero ha perduto ogni criterio di rigidezza e, perciò, di possibile identificazione, ma in realtà, afferma Bauman, in questa assoluta liquidità e indeterminazione, ciò di cui c’è bisogno è proprio l’affermazione di fondamenti, di identità, di certezze.

Rimanendo in tema di riflessione pedagogica, e senza cedere a considerazioni che possono apparire scontate, si deve ammettere che si sta verificando una vera e propria eclissi degli adulti: non un’assenza in senso stretto, ma una presenza che non è più tale, non è, appunto, “adulta”. Laddove sarebbe necessario un impegno maggiormente attivo si rilevano, infatti, mancanza di chiarezza sulle scelte da compiere e sulla realtà del proprio compito, confusa ricerca di modelli di riferimento, inefficacia nell’individuazione dei fini e nell’impostazione dei mezzi per raggiungere gli obiettivi.

Gli stili educativi più diffusi messi in atto oggi sono riduttivi, in quanto assolutizzano aspetti parziali della persona e dell’esperienza, ad esempio la difesa dai pericoli, dai rischi, dagli errori, dalle frustrazioni, e sono etero diretti, ovvero tesi non a stimolare l’autonomia e la responsabilità del soggetto, ma la sua dipendenza dall’adulto. Si è in presenza di un certo genericismo educativo, immediatamente ravvisabile nelle preoccupazioni eccessive dei genitori verso i bisogni primari e nella facile concessione di beni di lusso e di agevolazioni di ogni tipo. Si può parlare di libertarismo spontaneistico ma anche di iperprotezione e di possessività; tutti atteggiamenti che conducono non verso lo sviluppo completo della persona e la sua autonomia, ma verso il suo arresto e il suo assoggettamento e, non di rado, al suo disorientamento emotivo.

Si assiste, molto spesso, all’eccessiva accondiscendenza nei confronti dei figli per sentirsi più amati e benvoluti, alla sproporzionata vicinanza emotiva che conduce persino a scusare e coprire ogni tipo di errore, anche il più grave, alla carenza di regole e punti fermi per paura di essere ritenuti “all’antica”, fino alla giustificazione e al chiarimento delle proprie decisioni per sentirsi approvati e “a posto” con la coscienza.

La maggior parte dei genitori sopporta a fatica l’insoddisfazione, il pianto o la sofferenza del figlio. Afferma la psicoterapeuta infantile inglese Asha Phillips che “è in momenti come questi che i genitori devono pensare per conto proprio e non cercare la guida del bambino.” Non è necessario creare una completa empatia e comprensione, e nemmeno la perfezione assoluta del rapporto; un certo grado di disarmonia aiuta la crescita e contribuisce allo sviluppo del figlio. I genitori che cercano di risparmiargli qualsiasi sofferenza lo privano della possibilità di sviluppare in autonomia gli strumenti per far fronte alle difficoltà della vita.

Sostiene lo psicoanalista Massimo Recalcati: “Mai nessun tempo come il nostro ha dedicato tanta attenzione premurosa al rapporto fra genitori e figli. Il figlio assomiglia sempre più a un principe al quale la famiglia offre i suoi innumerevoli servizi. Il rischio è che questa premura inedita giustifichi un’alterazione della differenza simbolica che distingue i figli dai genitori.” E ancora: “La cultura oggi dominante dell’empatia e del dialogo incessante vorrebbe smussare gli spigoli duri della vita consentendo ai nostri figli un cammino privo di inciampi e di ostacoli. Comprendere i propri figli si confonde con il voler rendere loro facile la vita, sempre in discesa, priva di pericoli e di minacce.”

I limiti, invece, aiutano a sviluppare le proprie risorse: se i genitori si sostituiscono ai figli e soddisfano ogni loro capriccio e desiderio, questi diventano deboli e incapaci di sopportare le frustrazioni. Ogni limite fissato è un’occasione di crescita e di risoluzione di conflitti, e anche un’opportunità di sviluppo della propria autostima e una scoperta del proprio valore come persona. Riuscire a far maturare la capacità di sopportazione e/o reazione di fronte a certi avvenimenti della vita dolorosi o problematici vuol dire sviluppare le proprie potenzialità, raggiungere la capacità di dare il meglio di sé, trovare la propria dimensione.

Conoscere i propri punti di forza e di debolezza agevola il coraggio di affrontare le delusioni esistenziali, permette di esprimere un personale modo di essere e di proporlo agli altri, favorisce il raggiungimento della libertà di essere se stessi e di esprimersi nel mondo esterno, consente di vivere con maggiore slancio, impegno e soddisfazione ogni momento della propria esistenza in tutta la ricchezza concessa dai propri mezzi.

Le concessioni fatte per “quieto vivere” non si rivelano mai efficaci. Il genitore ha la responsabilità del “far crescere” i figli, di porsi sempre come un “adulto”, non dell’essere loro amico o complice. L’asimmetria del rapporto è da sempre il primo e fondamentale elemento insopprimibile di ogni realtà educativa. Essa è l’elemento essenziale e condizionante della relazione educativa: non vi è educazione senza asimmetria.

Ernesto Codignola, il grande pedagogista italiano che nel 1945 aprì la Scuola-Città Pestalozzi nel quartiere di Santa Croce a Firenze, sosteneva che la libertà e l’autonomia dell’allievo non devono significare l’eliminazione parziale o totale dell’autorità dell’educatore, poiché ciò determinerebbe la distruzione di uno dei termini necessari dell’educazione. La dottrina dell’autogoverno attuata nella suddetta scuola metteva l’accento non sull’assurda pretesa di abolire o attenuare l’autorità dell’adulto, ma su un nuovo modo di concepire e di esercitare l’autorità cui spetta il compito di “liberare”. Essa insisteva sull’esigenza che l’educatore dovesse farsi cooperatore intelligente e guida accorta per aiutare e indirizzare lo svolgimento naturale e la liberazione delle attività più specificamente umane del discepolo.

Afferma ancora il prof. Recalcati: “La prossimità che caratterizza il nuovo legame tra genitori e figli rischia di avallare una vicinanza di eguali o, peggio, una sorta di immedesimazione confusiva frutto di un’orizzontalizzazione del legame che smarrisce così ogni senso di verticalità.”

La possibilità di una giovane persona di operare scelte appropriate portando avanti lo sviluppo di un progetto di vita personale, può derivare solo dal consolidamento di competenze decisionali fondate su un’adeguata conoscenza di sé e derivanti da un incontro educativo in grado di autenticarne le capacità, gli interessi e le attitudini. La solidità psicologica, affettiva e personale si acquisisce lentamente: si passa da una fase di dipendenza dagli altri ad una fase in cui si sperimenta la possibilità di essere autonomi con rapporti sociali rispettosi della libertà degli altri.

Educare è un impegno duraturo e serio; vuole dire sacrificarsi, rinunciare a se stessi, seppellire il proprio egoismo; è realizzare il bene dell’altro per consentirgli di trovare la propria strada e il proprio posto nella vita. “La genitorialità non è mai un’esperienza di acquisizione, di appropriazione, ma di decentramento di sé.” (M. Recalcati). L’educazione è un’attività complessa che deve concretizzarsi in comportamenti equilibrati e ponderati prima di essere messi in atto: un lavoro ben fatto non è mai frutto dell’improvvisazione e dell’impulso, ma ciò può realizzarsi solo se ci si sottrae al totalitarismo del pensiero unico operante nella società, se si possiedono stabilità emotiva e solidità valoriale e se si raggiunge la consapevolezza profonda del proprio ruolo di guida, sostegno e modello di vita.

 

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